Il Congresso Internazionale di Studi sull'Umorismo, che si terrà a Lucca e a Collodi dal 6 all'8 aprile 2009, è il frutto di un progetto di ricerca che coinvolge quaranta e passa università e istituzioni di ricerca in tutto il mondo.
Il primo congresso si è svolto con successo in Portogallo nel gennaio 2008. Quanto a questo, che avrà luogo in Italia, fin da ora - senza troppa fatica di grancassa - abbiamo già quaranta studiosi iscritti in rappresentanza di dieci nazioni.
CONFERENCE INFORMATION
Full Title
II Convegno Internazionale sull’Umorismo in prospettiva Interculturale “Immagini, Aspetti e Linguaggi” - 2nd International Conference on Crosscultural Humour “Images, Aspects, and Languages”
Organization:
Museo Italiano del Fumetto e dell’Immagine – Lucca, Fondazione Dino Terra – Lucca, Fondazione Nazionale Carlo Collodi – Collodi (Italy)
Short Title
Studies on Humour: “Images, Aspects, and Languages”
Location
Lucca and Collodi - Italy
Date
April 6-8, 2009
Contact
Organization: Ms Marta Marsili (mmarsili@comune.lucca.it)
Scientific Committee: Angelo Genovesi info@fondazionedinoterra.it ; Daniela Marcheschi fondazione@pinocchio.it; Luisa Marinho Antunes marinho@uma.it ; Angelo Nencetti segreteria@museonazionaledelfumetto.it ; Darko Suvin darko.suvin@tin.it
Meeting e-mail
mmarsili@comune.lucca.it
Meeting URL:
www.pinocchio.it
Call Deadline:
24th of March
Plenary Speakers:
To be confirmed
Meeting Description:
This conference follows the first one that was held in Madeira (Jan 2008), in which a first overlook on aspects, linguistic strategies, peculiar national and intercultural characters of humour was done.
This time we will deepen aspects of humour according to its codes, cultural traditions, images through artistic practices; most of all, approaches to humour will be deeper and wider thanks to multidisciplinarity Humour will also be contextualized in history, through a survey from Classical civilization to our times
Domains:
Linguistics, Literature, Children’s Literature, Literary Criticism, Stylistics, Translation, Culture, History of the Arts, Philosophy, Anthropology, Visual Arts including Comics, Music, Classic and Modern Literatures, Theatre, Cinema and TV, Psychology and Neurosciences.
Subject Languages:
Italian, Portuguese, Spanish, English, French, German
Presentation Languages:
Preferably Italian, Portuguese, English, French
Registration fees:
Early birds (to 12 th of March): 50 Euros
Normal fees: 100 Euros
Gala dinner (optional) : 50 Euros
Format of Proposals:
Anyone interested in presenting a paper related to this theme is invited to send a proposal to mmarsili@comune.lucca.it , to the attention of Prof. Daniela Marcheschi, by February 28, 2009. In addition to the following information:
Name; Professional affiliation (University, Faculty and Department, if any); Status (Full, Associate or Assistant Professor, M.A. or Ph.D. Student, etc.); Mailing address; E-mail address; Phone number
you must provide a title for your proposal, a summary of up to 250 words. Abstracts should be submitted as MS Word file attachments. Paper presentation: papers should last 15 minutes, with up to 10 minutes for discussion. The Scientific Committee reserves the right to refuse any proposal deemed incomplete or unrelated to the theme.
The papers will be collected in a volume on the Proceedings of the 2nd International Conference on Cross-cultural Humour - “Images, Aspects, and Languages”
Scientific Committee:
Angelo Genovesi (Fondazione Dino Terra, Italy); Daniela Marcheschi (Fondazione Nazionale Carlo Collodi, Italy); Luisa Marinho Antunes (University of Madeira, Portugal); Angelo Nencetti (Museo Italiano del Fumetto e dell’Immagine, Italy); Darko Suvin (McGill University, Canada).
Non si sente parlare spesso di Libero De Libero. Si tratta di un poeta, narratore, artista, saggista e critico, che nacque a Fondi, in provincia di Latina, nel 1906 e che morì a Roma nel 1981.
De Libero fu un protagonista dell’ambiente letterario di Roma negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale proprio per la sua personalità poliedrica, capace di animare e collaborare a riviste particolarmente significative come «Interplanetario», «Primato» o «Poesia», fondata nel 1945 e diretta da Enrico Falqui.
Qui vogliamo ricordarlo senza troppe parole, ma tutte sue - quelle della poesia "Faro".
Forse qualcuno sarà così invogliato ad andare in cerca dei libri di questo autore piombato nel “buio” della scarsa frequentazione – nel senso questa dell’odierna mancanza di una nuova meditazione e di una riconquista intellettuale e critica autentica - del nostro ‘900.
FARO
«Quel paesaggio anche sei tu:
il cielo sui campi e un albero
acceso nel vento delle foglie,
la collina che s’apre lungo il treno.
Di me forestiero quando la mano
s’agita fra i segni della notte,
tu nuova stai all’orizzonte
stella disperata, e il lupo
fa corsa mortale verso un faro».
LIBERO DE LIBERO
Daniela Marcheschi
Costruire un racconto capace di avvincere narrando i fatti meno appariscenti della vita di ogni giorno - quella che molti sarebbero portati a giudicare troppo ovvia, se non impoetica o non letteraria a priori: è in questa difficile sfida che riesce invece a primeggiare Alessandro Tamburini.
Tamburini – che è nato nel 1954 e risiede a Trento - è uno dei pochi autori italiani da cui il lettore è sicuro di non doversi aspettare tradimenti, intendendo per questi ultimi storie a buon mercato, false consolazioni, sciatterie, autocompiacimenti o anche effetti gratuiti. C’è anzi come una professionalità o una probità “antica” in lui, e, con i cinque racconti riuniti in Uno sconosciuto alla porta (Ancona, Pequod, 2008), Tamburini si conferma non a caso uno dei nostri migliori scrittori – quelli che scrivono inseguendo la propria interiore necessità.
Questo autore è infatti in grado di coniugare uno stile limpido e senza sbavature con una narrazione che riesce a caricare di attese e sorprese lo snodarsi degli eventi più semplici dell’esistenza di uomini e donne comuni. Ad esempio, che cosa può accadere se per una leggerezza capita di perdere il treno? Ed è davvero «pazzo» quel vicino importuno e rumoroso, tutto dedito alla musica e alle canzoni, che diventa inaspettatamente celebre? Cosa succede a vendere una porta ricorrendo a un settimanale di annunci? E quando senza troppo pensare apriamo la nostra vita a nuove conoscenze?
Nessuna esistenza è davvero vuota di eventi; semplicemente gli occhi che la guardano non sanno vedere quanto piena sia anche quella in apparenza più scontata: la bravura di Tamburini sta proprio nel far lievitare un simile, banale, quotidiano in echi suggestivi e in delicate emozioni di segreta poesia.
Daniela Marcheschi
Per una forma di “igiene” o, se si vuole, per essere ancora più esigenti nell’accostarsi alla poesia e ai poeti contemporanei - in cui làtitano spesso il senso della difficoltà del lavoro letterario e l’urgenza di una meditazione sulla vita tanto profonda quanto la cultura - vorrei segnalare una riflessione di Francesco Petrarca (1304-1374), tratta dall’opera latina Contra medicum quendam invectivarum libri quattuor, ovvero (quattro libri di) Invettive contro un medico.
Si tratta di un testo satirico, originato da una grave malattia del papa Clemente VI, a cui Petrarca volle consigliare nel marzo del 1352 di stare in guardia dall’assedio dei troppi medici, che si affannavano al suo capezzale: inutilmente, perché il pontefice morì poco dopo nel dicembre di quello stesso anno...
L’operetta suscitò un vespaio, come si può ben immaginare, perché è ricca di spunti polemici e beffardi, per non dire decisamente feroci. Nella loro spietatezza, questi trasmettono un’immagine di più ampio respiro dell’opera tutta di Petrarca, e aprono un orizzonte sull’uomo e l’intellettuale diverso da quello sul cui sfondo è di solito presentato l’«evasivo» poeta del Canzoniere (o Rerum Vulgarium Fragmenta).
Ma ecco qui il passo da rileggere:
«Glòriati pure, se ti piace, che i medici siano e più necessarii e più numerosi che i poeti; questi si glorieranno al contrario d’esser pochi e meno necessarii; e che anzi di nessun altro genere d’ingegni ci sia sempre stata tanta rarità, quanta di poeti eccellenti… L’arte poetica ha questo di singolare che, mentre tutte le altre arti ammettono la mediocrità, essa sola la esclude» (Contra medicum quondam, III; traduz. di Umberto Bosco).
Daniela Marcheschi
Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni, Roma, Minimum Fax, 2008. Ecco un romanzo da leggere per chi ama la buona letteratura e le storie vere, quelle che ci mettono a tu per tu con il mondo e noi stessi.
Nella mancanza di una idea forte di letteratura e di autentica ricerca dello stile (da non confondere con il “bello” stile, tutto maniere e parole ritenute a priori accattivanti), bisogna infatti festeggiare quei libri che mettono in luce una ricerca rigorosa della parola – la più adatta alle cose che si vogliono dire.
Non era facile farlo, eppure D’Amicis sa raccontare con efficace varietà di toni e registri l’estate di un gruppo di ragazzi nella loro prima adolescenza, che combattono alla metà degli anni Settanta una «bellissima, eroica, inutile guerra»: un conflitto appunto di ragazzi, ma non solo...
Adolescenti di famiglie agiate contro “i cafoni”, ovvero i figli della povera gente (quella che a volte ha perfino conti in sospeso con la giustizia) si odiano e si scontrano, magari lanciandosi secchi di acqua marina con annesse, urticanti, meduse, in un paese sulla costa salentina ma, soprattutto, in una realtà che a poco a poco perde le proprie regole consolidate, i propri netti e tutto sommato rassicuranti contorni. Le cause di questo saranno l’inatteso arrivo dell’amore, il lento ma inesorabile diventare grandi - nel bene e nel male delle passioni adulte -, ma anche la forza dirompente del consumismo e del denaro che stravolgono pure quell’angolo di mondo.
Ironia e satira, vivacità espressiva e freschezza, momenti drammatici (la scoperta del «sapore del sangue») e lirici accompagnano il lettore negli accenti di una narrazione che, se assume sfumature picaresche ed eroicomiche, non tralascia toni di misurata elegia. Tutto riporta a quegli episodi della vita giovanile, vissuti nel cieco brancolare del cuore all’impaziente ricerca di se stessi: quel “resto” del tempo e della memoria “che non passa mai”.
Daniela Marcheschi
Eraldo Affinati (1956) è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere: è infatti un narratore autentico, che affronta il suo lavoro in modo serio e nella costante ricerca della verità. Insomma ha un’originale vocazione per la letteratura, che è rara in una cultura votata al mercato a tutti i costi.
Vorrei pertanto segnalarne con molto piacere La Città dei Ragazzi, Milano, Mondadori, 2008, un romanzo che è rimasto inspiegabilmente fuori dai premi più conosciuti e pubblicizzati del 2008.
In questo bel libro, l’Autore parla di bambini e di adolescenti – perlopiù stranieri ormai - accolti nella famosa «Città dei ragazzi» di Roma, che hanno conosciuto il male, le guerre, la miseria, l’abbandono; e lo fa con quella sua tipica capacità di raccontare in maniera penetrante i sentimenti cruciali che fondano l’essere umano e lo rendono compiuto in se stesso, davvero adulto.
L’incontro con le vite segnate dei ragazzi - che propone quesiti e problematiche spesso ignorate dalla chiacchiera diffusa - è per Affinati anche il modo per riflettere sulla paternità e sul proprio rapporto con il padre: anch’egli un orfano, cresciuto nell’abbandono e nella solitudine nell’Italia fascista.
Accenti di vibrante affettività, sguardo profondo sulle cose, inquietudine, sorriso accompagnano il lettore e ne corroborano lo spirito.
Daniela Marcheschi
Giuseppe Pontiggia capiva la letteratura, la sapeva riconoscere come l’Orco delle favole sente infallibilmente «odor di cristianucci». Ne aveva una concezione di largo respiro, consapevole che la letteratura nasce nel più ampio dialogo e nell’appassionata negoziazione dei valori; che un dibattito franco contribuisce a chiarire le problematiche formali e ad arricchire il lavoro di tutti. Non per nulla era molto attento alla critica, con cui si misurava nello spirito di migliorare le proprie opere e di mettere ulteriormente a punto il proprio pensiero.
Pontiggia manca non solo come uomo – per quella persona civile, intelligente, affettuosa e compiuta in se stessa che era -, ma anche come pensatore acuto e libero, che sapeva distinguere fra compito critico dell’intellettuale e impegno dell’individuo, e che era in grado di costruire e guardare in alto, di cogliere magari in maniera illuminante e caustica una questione, un nodo della vita del nostro paese.
E, non ultimo, non manca certamente meno come scrittore tout court. Ĕ stato infatti uno degli autori che più si sono impegnati per restituire alla letteratura un serio fondamento razionalistico, un alto spessore espressivo e riflessivo insieme. La sua profonda attenzione alla cultura, lo studio tenace per meditare e dotarsi di strumenti conoscitivi sempre più adatti alla complessità del nostro tempo, ne fanno un esempio raro.
In un mondo in cui “raccontare una storia” è spesso inteso esclusivamente come l’attraente confezione di un prodotto di mercato, Pontiggia ha saputo essere popolare, cioè «populista» in senso forte (da non confondere con “demagogico” che è ben altra cosa), salvaguardando le istanze della letteratura autentica e la sua capacità di parlare al grande pubblico senza facili concessioni.
Daniela Marcheschi