Dei vari discorsi di Budda, uno in particolare era stato frainteso da un discepolo. Proprio per questo il Maestro aveva ripreso duramente il monaco Arittha, "sarai ricordato come uno sciocco", gli aveva detto.
Nel testo, il nome del monaco Arittha è sempre seguito dalla formula "che in precedenza era stato un cacciatore di avvoltoi".
La frase mette in sospetto. Che voglia dire altro?
Gli avvoltoi non hanno un valore venale e l'espressione doveva forse equivalere a un non senso, come dire che anche in precedenza il monaco Arittha si comportava come uno sciocco.
Questo, se era chiaro per il lettore indiano, non lo è altrettanto per noi, che non abbiamo familiarità con gli avvoltoi.
Una versione più comprensibile sarebbe "che in precedenza era stato un cacciatore di farfalle", "un perdigiorno", anche se vale di più per chi scrive che per il monaco Arittha.
Giampiero Neri
Inseguito dai cacciatori, un cervo non trovò di meglio che rifugiarsi in una grotta. Ma era la tana di un leone che subito lo azzannò per divorarlo.
"Povero me" ebbe appena il tempo di pensare il misero cervo, "per salvare la vita, la perdo".
Così noi tante volte dobbiamo constatare che il rimedio è peggiore del male.
La presente versione è stata fatta su una precedente del poeta seicentesca napoletano Giacomo Lubrano.
Rimasta isolata fra i miei lavori e spiacendomi di perderla del tutto, anch'io non ho trovato di meglio che inserirla tra queste prose.
Giampiero Neri
Era da un po’ di tempo, ma a me sembrava di più, che Alberto Teodori mi proponeva per telefono quello che aveva scritto il giorno prima. Poesie, generalmente, in forma di prosa, della lunghezza di una pagina o poco meno.
Teodori è un poeta marchigiano. Appassionato lettore di Dante, ne conosce a memoria intere cantiche, che all’occorrenza declama.
Ha scritto poesie sul tema dell’impiegato di provincia, con uno stile di invenzione barocca.
Teodori contava sulla mia disponibilità e si fidava della asprezza del mio giudizio, che difatti non veniva mai meno.
Quella mattina, inopinatamente, mano a mano che Teodori si inoltrava nella lettura, lo ascoltavo con un interesse sempre più attento e meravigliato. Alla fine ero del tutto convinto della bontà e anzi dell’eccellenza del lavoro.
Al mio entusiasmo Teodori non aveva esultato, forse già convinto per conto suo, sta di fatto che a questa prima lettura ne seguirono altre, tre o quattro, del medesimo livello, poi l’incantesimo si interruppe.
Ma questi lavori, con la loro bellezza e significato, erano presenti, anche se in segreto fra me e Teodori.
Sarebbe rimasto tale?
Teodori è un isolato, forse conosce soltanto me.
Il pensiero mi occupò per diverso tempo, poi pensai ad altro.
Giampiero Neri
Sulla pazienza degli animali ci sarebbe molto da dire.
Che faccia parte del loro codice di comportamento, sembra evidente. Se ne stanno immobili alla posta per tutto il tempo che occorre, quando è il caso, e non si curano d'altro.
Purtroppo il nostro ambito di osservazione è limitato e si basa per lo più sugli animali che frequentano le nostre case, cani e gatti, parenti prossimi.
Della loro affettuosità si conoscono i casi più strani e incredibili, come del loro intuito. Più nascosta invece la loro effettiva intelligenza, che conta però dei sostenitori entusiasti.
"Sa", mi diceva un vicino di casa magnificando l'intelligenza del suo cagnolino, un incrocio di parecchie razze che tutte insieme non avevano giovato alla sua statura, "se i cani sapessero parlare, comanderebbero loro".
Giampiero Neri
Per Giuseppe Pontiggia (scomparso il 27 giugno 2003, a 69 anni)
Mio fratello Peppo è sepolto nel cimitero di Arcellasco, una frazione di Erba.
Il giovane prete, che ha officiato il rito quel giorno, ha detto poche parole, ma semplici e cordiali.
Sono sicuro che al Peppo sarebbero piaciute.
Giampiero Neri
E' naturale che il signor Foot si occupi di football e una sua "Storia del calcio" era esposta in questi giorni in vetrina, in piedi, in bella vista.
Può sembrare strano, ma l'attrazione del nome sulle proprie vocazioni ha qualcosa di fatale. Come diceva Pavel Florentkij, il grande pensatore russo, i nomi sono quello che indicano.
E' forse un caso che il più noto dei nostri predicatori si chiami Cantalamessa, e che il capo della polizia si chiami Manganelli?
Giampiero Neri
E' stato pubblicato da LietoColle il volume Prose, curato da Victoria Surliuga. Ne da' segnalazione la rivista "Studi Cattolici", nel numero di maggio 2008. Così scrive al riguardo Mauro Manfredini:
Un vero poeta è tale anche quando scrive in prosa. In un piccolo, delizioso libro, memorie, autocommenti, spunti critici e un ricordo dei rugosi rapporti con il fratello, Giuseppe Pontiggia. Entomologico pudore.
(G. N.)
Arrivavo a Como in bicicletta, seguendo una strada ormai in disuso, fino alla lunga discesa che planava sulla città con numerose giravolte. Mi accoglieva l’acciottolato di porfido rosso di via Briantea. Allora, dopo la prima curva, tutto mi appariva grande e bello senza perdere con questo in familiarità. Ero arrivato a Como.
Che il modo di vedere di un ragazzo di campagna sia molto diverso da quello di un adulto, addirittura di un anziano, è un luogo comune ma, per quanto mi riguarda, questa diversità non la sento proprio.
Sono cambiati i luoghi delle mie frequentazioni, questo sì, che allora erano principalmente il Lido e il Giardino zoologico, adesso in disarmo, ed è un peccato. Come potrei dimenticare il leone che vi era ospitato, con la più folta criniera mai vista, somigliante a un covone di grano?
Per un po’ di tempo ho vagato alla ricerca del Collegio dove aveva studiato mia madre, Angioletta Frigerio, poi attrice di un certo talento nei primi anni ’20. Sarebbe stato tanto facile chiederlo a lei, ma le domande non si fanno mai quando è il momento, sempre dopo.
La Casa del Fascio del Terragni mi è sempre apparsa di un diverso e superiore ordine di bellezza, qualcosa come il Partenone. E’ diventato il luogo par exellence, che si rivede ogni volta con emozione profonda.
Terragni, che ormai è riconosciuto fra i massimi architetti e artisti del ‘900, ha lavorato anche a Erba, dove sono nato, per la costruzione del suo Monumento ai Caduti. Veniva qualche volta a casa nostra, ospite di mio padre, che lo annunciava in dialetto: “E’ qui il Terragni”, e a me sembra di sentire ancora la sua voce, ma certo è una illusione.
Non è invece un’illusione la lettera aperta che il pittore Radice, del Gruppo Como, aveva indirizzato al suo amico Terragni, il grande architetto era morto da tempo, per testimoniargli l’ammirazione di Le Corbusier, oltre che la sua, naturalmente. Fra le più belle lettere che mi sia capitato di leggere.
Qualcosa mi spinge adesso verso la Como medioevale e romana e anche qui i monumenti non mancano e sono a portata di mano. Forse un richiamo a guardare verso l’eternità.
Di solito faccio le mie passeggiate la mattina, arrivando da Milano con la Ferrovia Nord, e le concludo all’Osteria del Gallo, dove il vino è buono e i prezzi sono onesti.
Si sa che a scrivere poesie non si incrementa di un gran che il bilancio famigliare.
A proposito, poprio all’Osteria del Gallo, c’è una vivandiera che si interessa di poesia. Non siamo forse un popolo di poeti?
Giampiero Neri
Dalle poche passeggiate fatte insieme, mio padre e io, ricordo bene la passeggiata alla Torretta.
Caricati gli zaini dei viveri, che consistevano in pane e bresaola, partimmo di buon passo.
La Torretta, probabilmente, una torre di osservazione e difesa, adesso è scomparsa ma fino agli anni ’40 si trovava ancora su una cima delle montagne che sovrastano il Pian d’Erba.
Camminavamo in silenzio, ero abituato ai silenzi di mio padre, che aveva perso la bella abitudine di rivolgermi la parola se non per darmi dei comandi. Era una consuetudine abbastanza diffusa da noi.
Arrivammo finalmente alla Torretta e proprio ai suoi piedi sfoderammo i nostri viveri.
Mio padre tagliò il pane con un coltello ma, nel tagliare a metà un limone, si era ferito profondamente un polpastrello.
Aveva detto un rumoroso Ahi!, e stava cercando di rimediare alla bell’e meglio.
Armeggiò qualche minuto intorno alla ferita perché il sangue usciva copioso ma poi, cessato il flusso, riprendemmo a mangiare.
Dopo quella improvvisa interruzione era tornato il silenzio.
Sarebbe durato fino al nostro ritorno a casa, ciascuno dentro i suoi pensieri.
Giampiero Neri
La stessa forma della civetta è attraente, la testa grossa, gli occhi grandi hanno qualcosa di umano, il becco, il naso verrebbe da dire, non aggressivo, l’espressione attenta e mobile e infine la sua indipendenza, non chiede infatti di essere nutrita, ma basta a se stessa, tutto concorre a fare di questo rapace un beniamino.
Giampiero Neri
Quei soldati che, nella disfatta, non si arrendono ma vagano qua e là in cerca di salvezza, si chiamano “sacche di resistenza”. In possesso di armi automatiche ancora funzionanti, formano a volte i cosiddetti “nidi di mitragliatrici”. Il nome si fa risalire ai tiratori scelti dell’esercito austriaco nella prima guerra mondiale 1914-1918.
Dal nome dell’imperatore Francesco Giuseppe, per gli italiani Cecco Beppe.
Giampiero Neri
La vocazione letteraria di Luigi Caricato, per chi lo conosca da vicino, non è nuova. Risale infatti, o meglio, si è manifestata nei suoi anni universitari, quando aveva dato vita e diretto una rivista di poesia intitolata “Juvenilia”, che ebbe la fortuna di una non breve continuità e di interessanti collaborazioni.
Caricato esordisce ora in ambito narrativo con un romanzo sulla vita contrastata di un santo del ‘600, san Giuseppe Desa da Copertino, la cui memoria è ancora viva, particolarmente nelle Puglie, nei luoghi cioè che l’Autore conosce bene.
La vita di questo santo, che il romanzo ripercorre con grande partecipazione e puntualità, fu infatti resa difficile e tormentata, nel contesto storico di un secolo parimenti difficile, per via dell’incredulità di fronte al fenomeno della sua ubiquità e levità, e naturalmente anche a causa dell’invidia.
Il ritmo narrativo del romanzo, spesso incalzante, aderisce con particolare intensità alla complessa e mutevole varietà delle vicende.
Le frequenti inclusioni dialettali, peraltro di facile comprensione e la vivacità dei dialoghi danno alla narrazione quel particolare sapore di vita in letteratura che costituiscono forse il maggior pregio dell’opera.
Giampiero Neri
Luigi Caricato, L’olio della conversione, Besa Editrice, pp. 204, euro 14,00
(Che un gatto inarchi la schiena, eventualmente)
Che un gatto inarchi la schiena, eventualmente
soffi se molestato da un cane e rizzi il pelo,
sono reazioni normali, ma vederlo indirizzare
i suoi passi in atteggiamento di sfida verso
lo stesso cane, è fuori dall'ordinario.
Giampiero Neri
Alcune poesie di paolo Universo erano apparse nel 1972, sul primo numero dell’Almanacco dello Specchio. A pubblicarlo, su un giudizio favorevole ma alquanto oscillante di Sereni (passavano i mesi – scriveva Universo in una sua poesia – ma tu, Sereni, col cavolo che mi rispondevi) aveva contribuito anche il parere positivo di mio fratello, lo scrittore Giuseppe Pontiggia, che allora faceva parte della redazione dell’Almanacco mondadoriano.
Le poesie di Paolo Universo potevano piacere o non piacere, ma era difficile ignorarle. Molto della sua personalità, scontrosa e anticonformista, era presente nei suoi scritti, come le sue graffianti e irridenti invettive, più di superficie peraltro e prive di rancori.
Ad opera di un gruppo di amici triestini, queste poesie tornano adesso a formare un nuovo libro con un gruppo di inediti che ha per titolo Delenda Trieste. Trieste, come si sa, è una delle più belle città del mondo ma i suoi abitanti amano lapidarla.
Giampiero Neri
Ecco un’altra poesia, per salutare il nuovo anno. Appartiene alla raccolta di inediti dal titolo Piano d’erba.
(Si era affacciato alla terrazza)
Si era affacciato alla terrazza
quel ragazzo sui trampoli.
Stava sul suo aereo sostegno
come un dio campagnolo,
sembrava felice della sua prodezza.
Giampiero Neri
In chiusura di 2004 vorrei sottoporvi alcuni miei testi che anticipano il mio prossimo libro dal titolo Piano d’erba. Alcune di queste poesie sono state pubblicate nel catalogo del pittore Giovanni Brambilla in occasione della mostra che si è tenuta in novembre a Erba, dal 6 al 21.
G. N.
(Via Mainoni odorava di biscotti)
Via Mainoni odorava di biscotti
appena sfornati.
La grande vetrina della posteria
esponeva due figurine di burro
separate da un ponte, l’anno vecchio
e quello che stava per incominciare.
Anno che va, anno che viene,
per qualche giorno continuava il teatro
anche di sera, nella vetrina illuminata.
(Quella casa di via Mainoni)
Quella casa di via Mainoni
sembrava immersa in un sonno profondo
e la grande terrazza deserta di voci
appariva in parte manomessa
da una costruzione posticcia
che ne alterava la figura.
(Quel gruppetto che aveva un orso alla catena)
Quel gruppetto che aveva un orso alla catena
era comparso dalla via provinciale.
L’orso si dondolava sulle zampe,
sembrava docile ai comandi,
non fosse stato per gli occhi
che aveva spiritati.
Giampiero Neri
C’è qualcosa di fiammeggiante nella mente e nel cuore del poeta Angelo Lamberti, che si trasmette alle pagine dei suoi libri come a quest’ultimo, Lo zero per quel che vale, di forte e drammatica poesia.
E’ la sua irrinunciabile passione polemica, che imputa al Creatore le violente leggi di sopraffazione e di morte che regolano il mondo.
A condividere questa passione aveva trovato un sodale, un maestro con cui confrontarsi, nella figura di un altro poeta, il grande Umberto Bellintani, col quale aveva stretto un legame profondo, fatto di reciproca stima e ribellione al quieto conformismo.
Scomparso da qualche anno Bellintani, il nostro poeta, che ancora trabocca d’affetto per l’amico perduto, gli dedica l’ultima sezione del libro, immaginando tutta una serie di dialoghi metafisici in cui tra l’altro si afferma che l’universo non morirà e che, par consequence, anche la morte non esiste.
Non è l’unico aspetto sconcertante di questo libro in cui l’amore di Dio appare piuttosto attraverso il suo opposto, nel risentimento per le domande che non trovano risposta. Domina su tutto il tono ruvido e diretto della sua poesia onesta, che mira alla sostanza delle cose.
Difficile non essere d’accordo con Angelo Lamberti e non sentirsi insieme coinvolti dalla sua poesia e dal suo implacabile j’accuse
Sarà forse per la poesia, che tempera la vis polemica senza peraltro imbavagliarla, il libro non ha niente di blasfemo.
Ne diamo un saggio, a conclusione, tratto da pagina 22:
Non so che senso abbia, o Signore, lo scenario
di un guasto che a te accorda
il privilegio dell’assenza
e a noi il delirio
di chi capisce d’essere
ciò che non conosce.
Giampiero Neri
Angelo Lamberti, Lo zero per quel che vale, Manni editore, Lecce 2004
Il mio intervento al Convegno internazionale di studi “Giuseppe Pontiggia contemporaneo del futuro”, Bologna 23-25 settembre 2004, Cappella Farnese, Palazzo D’Accursio
Non potevo certo immaginare, in anni scorsi, che sarebbe toccato a me parlare di mio fratello, Giuseppe Pontiggia, in questa sede e per l’occasione di un Convegno di studi sulla sua opera letteraria.
Se guardo una vecchia fotografia, siamo nel 1941 al mare in Versilia, mio fratello ha sette anni. Dietro il sorriso d’occasione mi sembra di notare la sua espressione distratta, come soprapensiero, un atteggiamento che in seguito gli sarebbe diventato abbastanza caratteristico.
“E’ un po’ tardo” è il primo giudizio della sua insegnante, una suora, nella scuola privata San Vincenzo che frequenta a Erba. Mia madre lo riferisce in casa con una certa perplessità.
I diversi avvenimenti della guerra e soprattutto la perdita del padre con le conseguenti ristrettezze economiche lo costringeranno ad anticipare di un anno la fine della scuola elementare e di un altro anno la conclusione del Liceo.
Si era guadagnato da parte mia il titolo di “saltatore di ostacoli” e se ne dimostrava compiaciuto. Era un titolo ampiamente meritato. Gli ostacoli peraltro non finivano mai, ma anzi sembravano infittirsi e credo sarebbero continuati per tutta la sua vita. In parte se li creava lui stesso, ponendosi dei traguardi difficili da conseguire.
Metteva in quello che faceva qualcosa di eccessivo.
Risalgono ad allora gli anni della nostra più intensa frequentazione, all’incirca dal 1955 all’80, quando anch’io avevo cominciato a scrivere e ricorrevo a lui per consigli e collaudi e aiuti di ogni tipo, di cui mi è stato prodigo.
Sono stati gli anni della sua passione per gli scacchi e la musica jazz mentre sembrava senza freno la sua passione per i libri. Tutto questo è entrato nelle sue opere e si può dire che le diverse passioni siano onnipresenti.
Salvo per la musica, che anch’io ho amato molto, condividevo un poco alla lontana le sue inclinazioni. Ho una libreria di non molti libri.
Ero anche diventato un bersaglio della sua ironia, riscontrabile facilmente in qualche suo personaggio. Una volta mi aveva detto: “Sai, la differenza fra noi due è che tu ti entusiasmi per quello che non capisci”.
Ancora adesso, non ho nulla da obiettare.
La morte di nostra madre, avvenuta nell’84, segnò come un distacco profondo tra noi, una frattura che non si sarebbe più ricomposta del tutto. Mi diceva di non avere amici.
E’ così difficile e soprattutto inutile riconoscere le ragioni e i torti, che non vale certo la pena di ricercarli e tanto meno di descriverli.
Lo sentivo per lo più al telefono, in occasione di qualche circostanza particolare. Come la mia partenza per la campagna, poco prima che lui venisse a mancare.
Il mio ricordo va comunque ben oltre queste poche righe. Penso che, se avesse potuto leggerle, mi avrebbe fatto notare che ho cominciato con una negazione.
Giampiero Neri
Martedi 22 giugno al Teatro San Lorenzo a Milano è stato presentato il libro La serie dei fatti, che comprende alcune mie prose a cura di Victoria Surliuga e abbracciano circa un ventennio. Il libro è pubblicato in questi giorni da Lietocolle – Como.
Ne diamo qui un estratto.
Nota sul mio lavoro
Se ripenso al mio lavoro, mi sembra che il tema più frequente sia quello dell’aggressività con il suo corteo di corollari, mimetismo e fraintendimento. Il problema del male mi appare in una specie di simmetria araldica rispetto al bene, suo opposto, come la sua inevitabile ombra o controfigura.
Un conseguente desiderio di informare, di mettere in guardia, di marca lombarda, non sembra estraneo al mio lavoro, forse più ad uso dell’autore che del lettore. Un “moralismo” che farei coincidere con una sorta di accettazione degli avvenimenti, intesi come destino difficilmente modificabile dagli sforzi umani. Un destino in qualche modo già segnato ma dove i segni non appaiono chiari.
Ho ripercorso con la memoria i momenti della mia vita che più intensamente l’avevano segnata, altri li ho immaginati come se li avessi vissuti, avendo in mente non di giudicarli ma soltanto di descriverli. Nell’atto di rappresentarli sono spesso ricorso a figure di animali, nostri compagni di viaggio. Costretti come sono ad agire allo scoperto, gli animali permettono a chi li studia una osservazione realistica.
In una simile prospettiva gli attori sulla scena appaiono mossi da una oscura volontà che li trascende. Recitano fedelmente la loro parte ma, come diceva delle api un celebre naturalista, quello che appare di più meraviglioso è che nessuno di loro “sa quello che fa”.
(1999)
Giampiero Neri
Sto trascorrendo a Erba un periodo di vacanza. Devo finire un ricordo di mio fratello Giuseppe Pontiggia che leggerò al convegno che si terrà a Bologna il 22 e 23 settembre.
Intanto leggo e faccio qualche passeggiata in montagna. Auguri a tutti e arriverderci a settembre
Giampiero Neri
Di tanti errori, e orrori, compiuti dall'uomo nella sua ricerca del nuovo e del meglio, rimangono tracce a volte nella memoria e particolarmente nella lingua, a testimoniare un certo clima dell'epoca.
Sparita la nomenclatura imposta dalla Rivoluzione Francese per indicare il corso dei mesi, i vecchi nomi hanno ripreso il loro posto. Non sarà stato piacevole ripetere "Piovoso" per un mese di fila, anziché Marzo o Aprile, anche se il sole non sarà mancato a quei giorni e forse neppure il 18 Brumaio. Anche il nome di Dio era stato sostituito con quello di Ente Supremo, ma era un nome artificiale e insomma, anche l'Ente Supremo cadde in disuso.
Ci ha pensato la Rivoluzione Russa e dintorni a introdurre nuove denominazioni. Questa volta l'orientamento si è rivolto non a caso a società sportive, evocando i personaggi classici della ribellione o nomi più cari al materialismo storico, come la Dinamo di Zagabria, o la Lokomotif di Mosca, vivi ancora oggi ma dal suono vagamente malinconico.
Giampiero Neri
Venticinque lettori, non quelli famosi del Manzoni, ma di poesia a vario titolo, si sono associati per fondare una nuova rivista letteraria. Pubblicherà poesie, soprattutto, saggi, interviste, con una sola preclusione, che non siano di poeti e scrittori noti, emergenti e già emersi.
Pubblicherà invece poeti poco noti, o trascurati, o addirittura esordienti.
“I martiri nostri son dunque risorti?”.
Nemmeno per idea.
Un certo desiderio di andare contro, come i salmoni, questo sì, di allargare lo steccato del recinto, troppo angusto.
Si chiamerà “Il Monte Analogo”, dal titolo del romanzo lasciato incompleto da Daumal nel 1944, e per l’implicita allusione, quasi ovvia.
Giampiero Neri
A rendere noto al grosso pubblico il nome di Courier, un giovane tennista americano, era stato il torneo degli Internazionali d'Italia, a Roma, anni fa.
Courier aveva allora vent'anni e la televisione l'aveva ripreso a lungo, in primo piano e nelle varie fasi del gioco, anche per la buona ragione che il torneo l'avrebbe vinto. Ma quello che appariva più soprendente e di cui nessuno sembrava accorgersi, era la sua perfetta somiglianza con la famosa statua dell'Hermes di Prassitele, del Museo di Olimpia, una somiglianza stupefacente.
Mi ero documentato con le riproduzioni che avevo potuto trovare dell'Hermes e un amico, filologo studioso di enigmi e di parole, aveva notato che Hermes, il nostro Mercurio, è il messaggero degli Dei e Courier equivale a "corriere", infatti, homina sunt nomina.
Le "vicinanze" non finivano qui perché Courier era parco di parole, addirittura enigmatico, arrivando perfino a immergersi nella lettura di qualche libro fra un game e l'altro, cosa mai vista sui campi di tennis, e anche Hermes è poco loquace, non si perde in chiacchiere.
Con tutto questo, vale a dire, su questi bei fondamenti, anche la stella di Courier è tramontata e di lui non si fa più parola.
Non è abbastanza strano?
Giampiero Neri
Il Natale che mi ricordo io era con la neve. Adesso la neve non si vede più.
C’era un tempo una banda musicale di paese che passava sotto le finestre di casa. Siccome il direttore della banda era un amico di mio padre, si chiamava Bianchi ed era un capomastro, quando passava da noi diceva: “Ciao Ugo”.
Naturalmente questo episodio mi era molto caro.
Mi sembrava di sentire i loro passi sulla neve, ma non so se questa era solo una mia fantasia.
La banda era composta da una decina di elementi. Gli strumenti erano ricavati allora da canne di bambù.
C’è ancora la banda musicale, ma non abitando più a Erba non ho modo e occasione di sentirla.
Quel “Ciao Ugo” era per me un regalo di Natale.
Giampiero Neri
Le alterne vicende della fortuna non avevano favorito gli ultimi anni di un mio zio, negoziante in vini, noto per essere più sognatore che uomo d’affari, e inclinato all’arte.
C’era stato, è vero, un mutamento di abitudini, ma i suoi interessi prevalenti, e fra questi il calcio, non avevano subito scosse.
Ex attore dilettante, qualcosa era rimasto dell’antica vocazione. Accompagnava le parole col gesto e spesso mimava gli atteggiamenti più disparati.
Del suo repertorio faceva parte il racconto di un signore che, a un funerale, gli aveva confidato: “Io vivo per l’Inter”.
Da parte mia, avevo sempre apprezzato la parzialità dello zio, la sua mirabile mancanza di sfumature, in omaggio al principio secondo cui “I barbari sono barbari e i nostri amici sono nostri amici”.
Mi era capitato di andarlo a trovare, ancora convalescente dopo una difficile operazione, e infelicemente portavo una cravatta a strisce bianche e nere. L’aveva subito notata. Socchiudendo gli occhi e parlando ancora un po’ a fatica, “come mai” mi aveva detto “porti i colori degli odiati nemici?”.
Ma l’episodio che volevo richiamare qui riguarda l’argentino Oscar Massei, un giocatore su cui l’Inter aveva puntato molto, a suo tempo. Ottimo giocatore e ottimo uomo, Massei aveva peraltro il difetto di essere piuttosto lento.
Con una strana flemma si girava su se stesso, il braccio aderente alla coscia e le dita della mano curiosamente aperte a ventaglio.
Lo zio ne aveva prontamente mimato il gesto, intorno al tavolo dell’ufficio.
L’avevo rifatto anch’io, meravigliandomi fra me di non averlo notato prima, poi l’avevo ripetuto a casa, una, due volte e anche più. Senza volerlo, quasi senza accorgermi, avevo preso l’imprinting.
Nei giorni successivi avevo rinnovato l’imitazione in diverse occasioni, uscendo di casa, scendendo dal tram, in ascensore e, più generalmente, ogni volta che pensavo di non essere osservato.
L’atto si era quindi esteso alle situazioni più dissimili, in un crescendo preoccupante, come un tic nervoso a cui bastava un niente per essere provocato ed era continuato per giorni, mesi interi, forse per anni.
Posso dire di avere sperimentato un imprinting e se qualcuno ha provato la mia stessa esperienza, sa bene come è difficile venirne fuori.
Ancora adesso, quando mi trovo a ricordare il tempo passato e mi capita di pensare a certe immagini o figure di giocatori, mi sembra di rivedere con una certa ansia quel curioso gesto e lo strano imprinting dell’argentino Oscar Massei.
Giampiero Neri
Dei suoi poco raccomandabili amici della "Coquille", il poeta F. Villon teneva in gran conto l'eloquenza. "Si bien parlant" dice di loro in una sua poesia, "che parlano così bene".
L'elogio sembra sincero ma trattandosi di Villon è opportuno qualche dubbio.
Formata da pellegrini che intendevano recarsi al Santuario di Santiago de Compostela, la Compagnia della Coquille aveva preso per distintivo una conchiglia, da cui il nome.
Ai pellegrini si erano ben presto uniti uomini e donne di dubbia moralità, ladri da strada e ogni sorta di malfattori.
Villon ne aveva conosciuti alcuni, compagni di taverne e di imprese azzardate. Non c'è dubbio che il loro linguaggio fosse colorito, ma non altro. Molto più realistico pensare che ancora una volta il poeta si sia preso gioco di chi legge e che l'affermazione sia ironica.
Su un piano diverso ma ugualmente ambiguo è l'inizio di una bella poesia di G. Giudici, dal Male dei creditori:
"Ahimé - dicono - si piega
Ahi si svuota e si inarca
Alpha include già omega
Navigato in chiusa barca".
Qui le allusioni sono fin troppo personali e "prosastiche", ma il piacere delle parole e l'intonazione vagamente barbarica della poesia me l'avevano fatto dimenticare.
A meno di pensare, ipotesi assai più probabile, che nell'un caso e nell'altro si tratti soltanto di una miopia di chi scrive.
Giampiero Neri
E' naturale che l'immagine aggiunga qualcosa alla conoscenza e anzi, per i Greci, era la forma del conoscere "par excellence", tanto da meritare l'equazione, vedere uguale conoscere.
Non molto è cambiato da allora. Il ritratto di un autore, per esempio, è un prezioso complemento alla lettura dei suoi scritti. Una difficoltà semmai nasce dalla staticità del ritratto, quasi sempre senile, come se non ci fosse stato altro tempo per il nostro autore. In questo caso l'immagine può risultare fuorviante. Di qui l'utilità di avere una pluralità di immagini e anche un'immagine in movimento, poliedrica, potrebbe servire egregiamente allo scopo.
Un ritratto giovanile, ma non troppo, di Victor Hugo, mi ha sconsigliato la lettura dei Miserabili. Naturalmente esiste sempre un margine di errore. Ho preferito fidarmi del ritratto giovanile rispetto al Victor Hugo patriarcale degli ultimi anni, solitamente ritratto, ma ancora adesso non so se ho avuto ragione.
Giampiero Neri
Un avvertimento fra i più antichi che si ricordino, che l’uomo ha riservato ai suoi simili, è probabilmente “Attenti al cane”.
E’ ancora in uso la formula latina, “Cave canem”, e letta così sulle prime, con animo semplice, l’avvertimento potrebbe sembrare addirittura benevolo, sollecito dell’incolumità altrui.
Niente di più falso, naturalmente, e infatti capita di imbattersi a volte nella forma più conclusiva ed esauriente, “guardati dal cane e dal padrone”, ma perdura nei più recalcitranti ad apprendere l’impressione di una gentilezza, chissà perché.
Giampiero Neri
Erba, Agosto 2003
Segnalo volentieri la prossima nascita di una rivista letteraria votata particolarmente alla poesia. La rivista nasce a Milano per opera di un gruppo di scriventi poesie e avrà per nome il titolo di un famoso libro di René Daumal, Il Monte Analogo.
La rivista si propone di pubblicare poeti poco noti o addirittura esordienti, circa venti per ogni numero, con un'intervista-conversazione con un poeta di lingua italiana e una traduzione, possibilmente con testo a fronte, di un poeta straniero.
La cadenza della rivista dovrebbe essere semestrale.
Giampiero Neri
Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,
simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda.
Questa poesia è intitolata MIMESI. Appartiene a una raccolta che uscirà presso Mondadori con il titolo Armi e mestieri, nei primi mesi del 2004.
Il testo riassume gran parte di quello che penso intorno alla natura. Mi è dunque caro presentarmi ai lettori di “Teatro Naturale” con questa poesia.
Giampiero Neri