Scrittori e poeti, in altri paesi, non dico più civili, ma più attenti, vengono normalmente chiamati a tenere corsi, a parlare dunque con gli studenti, a far vedere dal vivo che cos’è uno scrittore e come diventa e insiste a essere tale. Nel nostro paese, chi non segue la carriera accademica nei suoi vari gradi e gradini, anche se normalmente riconosciuto come autore, non ha generalmente accesso all’Università in qualità di docente. Si ha quasi l’impressione che dia fastidio, che i regolari professori ne diffidino, come se spettasse unicamente a loro la trasmissione del sapere, come se poeti e scrittori agissero nella più totale inconsapevolezza. E come non bastasse vengono distribuite lauree ad honorem cantautori e altri personaggi spettacolari.
Anni fa questo discorso era stato introdotto senza alcun successo da un poeta prematuramente scomparso, e che rimpiango come poeta e amico, come uomo realissimo e acuto: Dario Bellezza. Oggi, naturalmente, chi mi ascoltasse potrebbe pensare che sono qui a chiedere un cattedra. No, non è per me, ma per gli studenti che parlo. Ci si chiede spesso come mai, persino i laureati in lettere, magari in contemporanea, usciti dalle aule non leggano più poesia. Una delle ragioni è anche questa: la quasi totale assenza di autori viventi che mostrino come materia vivente il senso della scrittura, della poesia, partendo dall’esperienza personale, che in fondo è sempre ciò che più conta. I professori sono bravi – anche se non sempre e non tutti, come in ogni campo – ma io credo che per appassionarsi davvero al una materia particolarissima come la poesia, sia necessario un contatto e un approfondimento con chi la pratica e ne ha fatto una ragioni della propria vita. Forse la ragione più importante. Impossibile, io credo, che la sua importanza non arrivi, non passi anche ai giovani se raccontata e spiegata da chi vi è immerso, quotidianamente.
Perciò suggerisco agli studenti di lettere, dopo i cortei e le proteste, di passare a una modesta proposta, a una civile richiesta per il loro bene e per quello dell’Università, e cioè quella di arricchire il corpo docenti con la presenza regolare degli scrittori e dei poeti, e la letteratura che conta tornerà a circolare meglio.
Vita Bassa. Le dedica un piccolo libro niente meno che Alberto Arbasino. La vita bassa, appunto, edito da Adelphi. E io ne approfitto.
In effetti, credevo che questa specie di moda, proveniente di rapper americani e ormai quasi antica, dovesse durare molto meno, perché mi è sempre parsa una insensatezza del costume d’epoca. Vita bassa, oltre tutto, è un’espressione – anzi, una parola – senza senso, perché la vita è li dov’è, e nessun abito potrà spostarla. Resta il fatto che vita bassa è un po’ il segnale di quello che è oggi il senso dell’abito, che spesso deve andare contro l’utile e il buon senso per contribuire alla recita collettiva. Quando mi trovo davanti, per la strada, qualche ragazzo con boxer a vista e calzoncioni larghi e cadenti a inizio coscia mi viene da ridere. Anché perché questi poveretti camminano a gambe larghe e sembrano muniti di vasto pannolone. Un domani, conserveranno, ahimè, problemi di deambulazione causa vitabassa. Autentici eroi del conformismo. Dovessero imporgli di indossare, che so, una giacca alla rovescia si adatterebbero anche a questo, credendosi, beninteso, trasgressivi e fieramente liberi. Ma non è questo il punto. Quello che si può notare, infatti, è che il vestirsi, spesso, è oggi vissuto come un travestirsi per un ballo in maschera, o come l’indossare un costume di scena, perché, paradossalmente, la realtà stessa è diventata uno scenario, un palcoscenico dell’immenso show che induce la vita (qui ridotta molto in basso) a imitare il quotidiano show della nostra società spettacolo, prodotto soprattutto da quell’implacabile macchina del kitsch che è diventata la televisione. Vediamo allora il giovane col berrettino studiatamene ficcato sulla testa di traverso, con la maglietta che gli arriva alle ginocchia, i pantaloni xxl che gli vanno sotto i piedi, i capelli a ciuffi assurdi e a cresta di pollo. E ovviamente il nostro cammina guardando nelle vetrine come in uno specchio mobile. Stile clown, in qualche modo, stile recita in pubblico. E senza neppure rendersene conto. Così, insomma, va la vita bassa, visto che, l’abbiamo imparato ma non cambia niente, quello che conta ormai è solo farsi vedere, apparire, dare spettacolo.
Mi è capitato più volte di ascoltare con un certo raccapriccio – speso che sia finito tutto - la pubblicità di uno dei soliti serial televisivi dedicati al crimine, dove, con un’ironia implicita, certo, ma secondo me insufficiente a non rendere imbarazzante il messaggio, si concludeva così: “il crimine paga”. Non ho visto il serial e in ogni caso questa proposta mi ha tolto anche la minima voglia di farlo. Come non bastasse, girando per le strade della città ho avuto il fastidio di vedere giovani volti seri accanto ai quali era a grandi lettere la scritta: io ho ammazzato; oppure: io ho rubato; e ancora: io ho spacciato. Chissà, mi sono chiesto la prima volta, questi ragazzi dicono queste belle cose per accattivarsi la simpatia dei passanti?
La normalizzazione del crimine, la sua presenza abituale sui vari schermi, il modo con cui viene proposto, mi sembra davvero inquietante. Non c’è ironia implicita che tenga di fronte agli effetti che certe situazioni possono produrre in una realtà fin troppo dominata da una forte aggressività e da una violenza che, intesa come sopraffazione del rivale, sembra quasi una molla utile per il successo. Sappiamo benissimo, tra l’altro, della mitizzazione di cui sono oggetto figure decisamente negative, anche solo perché proposte sulla scena di un’informazione dove troppo spesso tutto viene ridotto a spettacolo. E dove l’essere protagonista di tale spettacolo è cosa ambita; che si tratti di un protagonismo nel bene o nel male non ha quasi più importanza. Tutto diventa fiction, il succo di pomodoro e il sangue finiscono col rassomigliarsi troppo. Chi appare, anche se in veste criminale, è comunque un soggetto pubblico, e come tale, distinguendosi dalla massa anonima, viene considerato un privilegiato, un vincente, un mezzo divo. Appunto, il crimine paga. E oggi, lo sappiamo, quello che conta di più, comunque, è essere pagati, e bene. Un messaggio che, lo so e lo dico una volta di più, vuole essere antifrastico, enfatico, sottilmente ironico, ma che, inevitabilmente, più o meno sotto traccia, è anche un messaggio involontariamente letterale, specie in presenza delle solite situazioni criminali che occupano gli schermi più d’ogni altro genere. Speriamo almeno che l’intelligenza degli spettatori sappia prevalere su quello che, nella meno grave delle ipotesi, è prova lampante di un cattivo gusto estremo.
Forse sto diventando decrepito in anticipo ... Non so, molte cose del comune comportamento mi turbano e la cattiva educazione, tanto per dirne una, la vedo sempre più diffusa. Un amico scrittore, Adriano Lomonaco, mi dice che in troppi hanno ormai perduto la percezione solida dell'altro. E dunque vivono e si comportano come se fossero soli al mondo o comunque al suo centro. D'altra parte gli esempi che ci vengono proposti dai media sono atroci. Lo stesso turpiloquio non ha più neppure valore trasgressivo, visto che domina, e anche le parolacce sono ormai desemantizzate. Ricordo lo scandalo che suscitò ingiustamente l'ottimo Cesare Zavattini quella volta che in diretta radio si permise di uscire con un "c****"! Sarebbe divertente se qualcuno provasse a riflettere su come parla pensando al significato letterale di ciò che sta dicendo ... Penso che sarebbe una cosa molto educativa ...
Oggi siamo dominati, del resto, da una cattiva educazione autocompiaciuta. Il cafonismo è diventato un valore. Totti si mette il dito in bocca quando segna, Del Piero tira fuori la lingua, tutti gli allenatore masticano con la bocca aperta, spiutacchando invariabilmente qua e là. Forse vogliono imitare Marlon Brando in "Fronte del porto"? Non credo. E mi domando io: "ma la mamma non gliel'ha insegnato?". Ha fatto bene Ceronetti, poi, a sottolineare la cattiva abitudine del saluto "salve" , ormai imperante. I giovani manco se lo sognano il livello confidenziale e spiccio del "salve", forse del resto mutuato dal doppiaggio a volte improprio di film americani. Si potrebbe andare avanti, da bravi pedanti non più giovani, dicendo della gente che urla al telefonino, dei fumatori incalliti che riempiono di cicche le strade cittadine, considerando il suo pubblico una discarica, dei tanti che sputano sentenze. Per esempio un certo Emanuele Maggio, proprio oggi, mi dà lezioni di lettura del testo poetico, prendendo spunto d mie dichiarazioni sul cantautore Fabrizio De André. Come dicevano i nonni dei miei nonni: "Non si finisce mai di imparare".
Ricordo benissimo il mio primo incontro con Giuseppe Pontiggia, con il nostro amabile e amato Peppo. Non eravamo a Milano, ma a Firenze, in un albergo, e mentre gli stringevo la mano ero emozionato, eppure mi sentivo tranquillo, a casa. Voglio dire che l’energia e l’aperto sorriso, il suo modo di essere accogliente e disponibile mettevano subito chiunque a proprio agio.
Era il ’74, e negli anni successivi ci siamo poi visti spesso e conosciuti bene. Io ne ammiravo le molte qualità e i diversi talenti; ne ammiravo la sapienza. Ne ho ammirato e ne ammiro l’opera narrativa, naturalmente, nella quale la limpidezza classica della lingua è di sicuro un modello, un esempio da seguire.
Anche per i poeti. Perché l’equilibrio impeccabile, il senso della parola (l’amore, per la parola), il buon gusto e l’attenzione al dettaglio sono in lui sempre presenti; lo sono nell’opera, certo, ma anche lo erano nel parlare. Pontiggia sapeva che ognuno è sempre responsabile di ciò che dice e di come lo dice; delle parole che pronuncia, insomma.
Un altro aspetto singolare e importante della sua personalità culturale è stato nella capacità di apprezzare e amare sia la narrativa che la poesia. Uno dei pochi narratori in grado di essere anche un ottimo e assiduo lettore di poesia, un critico, anche se non abituale, di poesia. E poi l’equilibrio intellettuale e la grande curiosità vitale gli avevano permesso di essere insieme innamorato dei classici e attento ai fenomeni dell’avanguardia, fino a sfiorarla, da giovane. Sapeva far coesistere, insomma, passioni e opzioni culturali anche molto diverse.
Ho detto che l’ho conosciuto nel ’74, ma proprio mentre scrivo mi viene in mente che il suo nome mi era già noto da molto tempo prima, dall’Università, quando un mio compagno di studi me ne aveva parlato, perché avrebbe voluto laurearsi su di lui già allora. Aveva letto L’arte della fuga e se ne era innamorato. Ecco: un libro che è al tempo stesso prosa narrativa e poesia. Qualcosa a cui dovremmo ritornare: un libro che oltrepassa i generi ... E in questa direzione è forse il destino stesso, il futuro – mi capita di pensare sempre più spesso – della creazione letteraria.
Maurizio Cucchi
Non c’è da stupirsi, in fondo, ma questo mezzo moltiplica in modo impressionante il numero di scriventi anonimi. Il mondo è pieno di poveretti che vogliono sfogarsi contro qualcuno e non ne hanno il coraggio, salvo farlo senza rivelarsi. Fanno davvero pena, sono dei miserabili. Inoltre, da sempre, si sa bene che chi manda messaggi anonimi è un incivile da non prendere in considerazione. Mi auguro che anche on line, prima o poi, qualcuno si decida a cestinarli tutti, anche se leggerli fa sempre ridere di gusto alle loro spalle.
24.01.05
Un ministro della nostra repubblica ha espresso questo suo pensiero: meglio Bongiorno senatore a vita che Mario Luzi. E ha poi aggiunto di non aver mai letto poesie del signor (sic) Luzi e che forse gli insegnanti di liceo non lo conoscono. Sarebbe tragico, anche perché le poesie di Luzi sono nelle antologie scolastiche da cinquant’anni.
Ma che tristezza, di fronte a certe uscite… Che desolazione… Come meravigliarsi poi se in milioni si incollano alla tivì davanti a qualche Isola di polverose semiglorie di una volta?
Dicembre 2004
Ormai il Grande Quasi è di nuovo presente e minaccioso. Lo vedo campeggiare nelle vetrine dei negozi di dischi, come sempre e più di sempre nel ruolo del finto autentico, banalmente costruito e ricostruito con cura di ridicoli dettagli nella proposta di un’immagine di se stesso in vesti fintamente négligées. Il Grande Quasi affida la propria espressione al nero degli occhiali e al giovanile sorriso ammiccante con il quale, arzillo ormai vecchietto, torna a proporsi con la sua celebre voce di pessima qualità e prodigiosamente monocolore. Il Grande Quasi è proprio lui, il guru dei grulli, il ripetente, il parlatore afasico.
Ma perché si chiama Grande Quasi? Semplice: perché egli è quasi cantante, quasi autore, quasi ballerino, quasi attore, quasi presentatore, quasi guru, quasi ... Forse proprio per questo, per questo suo essere totalmente quasi, egli piace. Dunque, chi è davvero, ditemi, il popolare, l’amato e super conteso Grande Quasi?
26.12.2004
Mentre abbiamo notizia di migliaia di morti, c’è ancora gente, e tanta, che si preoccupa della proprie stupide vacanze esotiche in luoghi sconvolti dalla tragedia. Una donna bionda della televisione intervistava uno di questi turisti e alla fine gli augurava impavida di godersi una magnifica vacanza. Una donna d’età, intervistata invece da un grande quotidiano, si diceva tranquilla perché il suo albergo era rimasto in piedi e il terremoto aveva semplicemente spazzato via quelle misere baracche di comuni pescatori. Altri si chiedevano se non era il caso di partire comunque e di godersela. I più si chiedevano soltanto se la compagnia li avrebbe rimborsati. C’è gente che pensa ancora che la morte riguardi solo gli altri, e che progetta di divertirsi comunque sia, anche nella casa stessa di chi è appena stato spazzato via da un orrore della natura… Buon pro gli faccia.
27.12.2004
Girando per la città.3
Osservo stupito e un po’ divertito, e senza formulare, sia chiaro, giudizio alcuno, una nuova tipologia di mendicante, che direi “mendicante postmoderno”. Due esempi, uno maschile e uno femminile. Il primo: un signore distinto che chiede l’elemosina appoggiato al muro mangiandosi tranquillamente un bel gelato. Il secondo: una donna non giovane seduta per terra ad aspettare monete con unghie extra-lunghe e laccatissime di rosso.
10.05.04
Cattelan ecc.
Giorni fa, a Milano, c’è stata una specie di scandalo per tre pupazzi di bambini appesi da Maurizio Cattelan in piazza Ventiquattro Maggio. Lo stupore nasceva dai soggetti impiccati: tre pupazzi di bambini, appunto. Pessimo gusto, non c’è alcun dubbio. Ma ben pochi si sono stupiti del fatto che i tre fantocci dovessero costituire, nella mente di molti e moltissimi, un notevole fatto artistico. Così si è parlato da una parte di cattivo gusto e dall’altra di libertà dell’artista. Ma quale arte? Quale artista? Se basta un’idea di così evidente miseria e povertà per essere artisti c’è da chiedersi cosa ne sia ormai dell’arte. E poi, se anche quest’ultima (come ovviamente non è) dovesse ridursi a semplici trovate: be’, che almeno si sforzi di essere meno banale. Qualsiasi persona di media intelligenza, di trovate simili, ne può escogitare innumerevoli ogni giorno. La differenza è che quelle di Cattelan passano per grande arte e qualcuno le paga milioni.
15.05.04
Girando per la città.1
Amici urbani, perché diavolo le città italiane sono diventate dei garages e dei portacenere? E a proposito di quest’ultima cosa, perché se mi cade un pezzetto di carta, un biglietto del tram, una carta di caramella, mi sento giustamente colpevole, mentre quelli che fumano buttano le loro cicche a milioni e milioni per terra come se fosse la cosa più naturale del mondo?
Fumatori, fumate pure, ma non sommergete i poveri passanti con la vostra sporcizia. Spegnetevele in tasca le vostre sigarette. Che c’entriamo noi? Che cosa c’entra la città?
9.3.04
Girando per la città.2
I giovani, molto spesso ormai, non si vestono più, ma si travestono. Perché? C’è almeno un po’ di gioco e senso ironico in quell’andare con il cavallo dei pantaloni basso fino al ginocchio? O forse è solo perché è di moda portare sotto i calzoni il pannolone?
10.3.04
Bunker.2
E’ uscita una nuova edizione di Animal Factory, di Bunker, e l’ho subito comprata e letta. Buono. Ma perché è bravo Bunker, infine? Perché nei suoi personaggi, nel suo modo di vedere, il rapporto con la realtà è sempre diretto, spesso conflittuale, mai mediato, e dunque più forte, vivo. Ogni esperienza è una lotta, una conquista da fare, e dunque è un evento. Perciò ha una dimensione autentica, quella che spesso, oggi, non riusciamo più a trovare.
25.3.04
Ancora De André
Molti si sono risentiti per i miei giudizi su De André. Ma forse non mi sono spiegato bene o non mi hanno capito. Il succo, comunque, è questo, ed è molto semplice. La poesia c’è, ed è a disposizione di tutti. Non solo: ma è varia, e dunque si può scegliere ciò che si preferisce.
La canzone c’è, ed è un’altra cosa, lo capisce chiunque. Dunque, non confondiamo, perché confondere, qui, significa mistificare. Non nego che le parole di alcune o di molte canzoni possano essere buone. In ogni caso non sono parole scritte per essere lette, ma per essere cantate. Dunque, lasciamole alla loro destinazione, lasciamole a casa loro. Se ci capita per sbaglio o per curiosità di leggerle, dobbiamo farlo come se fossero testi autonomi. In tal caso, con eccezioni così rare da risultare irrilevanti, non funzionano. Oppure funzionano per chi non abbia consuetudine con la parola scritta, e con la parola scritta in poesia contemporanea. Insomma, chi vuole giudicare e capire un linguaggio, cerchi di farsene esperto, lo frequenti, cerchi di esserne padrone. Solo allora potrà esprimere un parere sensato. In genere chi dice che la canzone è poesia non legge la poesia. Purtroppo c’è qualcos’altro da aggiungere, e non è poco: le canzonette dei cantautori, sono quasi sempre musicalmente povere, poverissime, rudimentali. E possono dunque piacere sul serio soprattutto a chi non è abituato all’ascolto di vera musica. De André era un bravo cantautore, e per questo anch’io lo apprezzo. Aveva una voce piacevole e suadente. Ma non era un poeta. Quanto alla musica, lascio il giudizio agli esperti di musica.
In ogni caso, attenzione: la canzone è una gran bella cosa, ma oggi è diventata la funzione espressiva della società spettacolo. Comunque, padronissimi di preferire De André a Zanzotto o Guccini a Raboni.
31.3.04
Camus
In vena di riletture, sono tornato a quando avevo vent’anni, e mi sono riletto L’étranger e La peste. Bellissimo il primo, anche alla terza lettura, lodevole il secondo. A beneficio e incoraggiamento di chi non se lo ricordasse, ricordo il finale del primo, che traduco: “Molto vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e vicina a rivivere tutto. […] Perché tutto sia consumato, per sentirmi meno solo, posso solo augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio.” E per La peste, nobilissmo romanzo in cui tutto è controllato dall’intenzione, la convinzione di Camus, che condivido (e che è contro il luogo comune più scontato), secondo la quale, comunque, l’uomo è più disposto a fare il bene che il male, anche se il bacillo della peste non muore e non scompare mai.
11.01.04
Faulkner
Grandissimo Faulkner. Eppure, mi dicono che non lo legge più quasi nessuno. Eppure i suoi libri si ristampano in importanti collane. Forse il gusto contemporaneo vuole il facile, la cosa che si consuma subito, o che ha caratteri di immedicabile identificazione. Dunque leggere un autore così complesso è troppo faticoso. Io, invece, lo rileggo. L’ho fatto con Assalonne Assalonne e con, e il premio è stato grande. A volte, diciamolo pure, Faulkner è quasi illeggibile, tanta è la fatica a cui ci costringe. Ma anche quando non capisci, capisci sempre che c’è sotto qualcosa di importante, talmente denso e spesso che non riesci a trapassarlo. Assalonne Assalonne, per esempio, è mirabile per tante cose; ma soprattutto per il senso del tempo che contiene, per come le cose si iscrivono nel tempo e dal tempo riemergono per chi vada cocciutamente a ricercarlo. L’urlo e il furore ha pure tante cose indimenticabili. Ma quelle scene viste con l’occhio dell’idiota… Ci fanno anche avvicinare, a volte, a quello che forse può essere il senso delle cose, il rapporto con l’esterno dell’animale. Come quando Benji prende in mano la ciabatta e dice che, così, oltre allo specchio e alla fiamma che vedeva nello specchio, poteva vedere anche…la ciabatta. Un’elementarità impressionante, un rasoterra minimo e sordido senz’ombra di minimalismo.
12.01.04
Pivano-De André
La signora Fernanda Pivano insiste nel dire che Fabrizio de André è un grande, grandissimo poeta. Anche sul recente numero di “Io Donna”. Perbacco, ho stima della celebre americanista, e De André è stato un bravo autore di canzonette, ma finiamola con queste scemenze. Amici, fate attenzione! Il Novecento ha prodotto una serie formidabile di poeti straordinari: basta leggerli, per capire che non c’è alcun bisogno di rifugiarsi nella musica leggera. “Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora” vi sembrano bei versi ?!
22.11.2003
Comincia lo stucchevole rito dei Calendari. Quasi quasi preferisco quello di Frate Indovino… Alla vista di queste fanciullone dallo sguardo idiota, che ti guardano con la pretesa di stenderti, vorrei tornare all’infanzia, quando ancora chiedevo al parroco: “scusi don, ma quali sono le zone erogene?”.
A parte il loro mediocre tasso erotico, il bello è che le chiamano attrici. Che siano belle non c’è dubbio. La loro grammatica è impeccabile. Ma io, per attrice, intendevo una che recita, non una che si toglie gli intimi con occhio bollito. Del resto un tempo, oltre alle attrici c’erano anche le semplici e modeste modelle, che non riuscendo a essere attrici mettevano onestamente in mostra e a prezzi ragionevoli la loro valida mercanzia. Adesso queste qui, vallette, veline, o galline, fanno un’orrenda concorrenza alle modelle, una concorrenza sleale, che costringe queste ultime a un’ulteriore, penosa retrocessione, si può immaginare in quale ambito professionale. Non c’è più rispetto, direbbe Zucchero Fornaciari… E poi, siamo sinceri, se proprio dobbiamo ridurci al porno, facciamolo senza ipocrisia, in modo meno banale, meno patinato e soft, in modo meno conformista e televisivo…
(1.11.03)
Attraverso un momento di crisi con la narrativa americana, da me solitamente amata. Ho goduto di ben poche soddisfazioni, infatti, leggendo un paio di romanzi del bravissimo DeLillo, e cioè Mao II e Cosmopolis e uno, Il libro delle illusioni del bravo ma meno geniale Paul Auster. Il nuovo DeLillo è implausibile e scentrato. Di bello c’è il terrorista-pasticcere che tira torte in faccia ai potenti, ma lo scrittore si spinge troppo avanti, vuole interpretare tutto e troppo in anticipo, storicamente, e risulta bizzarro e a volte persino ridicolo. Nel Mao, invece, ci sono figure stucchevoli e modi arretrati. Uno scrittore che fugge cretinamente dal mondo, una fotografa che fotografa cretinamente solo scrittori, e dialoghi di un intellettualismo non meno cretino. Eppure DeLillo riesce sempre a rappresentare – anche le cretinate – con impressionante bravura. Il libro di Auster è non meno implausibile. C’è un professore in crisi che si mette sulle tracce di un comico minore del muto, sparito dalla circolazione per ragioni gialle, il quale fa film in solitudine desertica, con una moglie ricca ed esaltata, che alla fine distrugge tutto. Anche qui, forzature intellettualistiche tutt’altro che persuasive. E allora sono tornato per il momento all’Europa e a Simenon.
(2.11.03)
Ferrari. Un amico tedesco mi ha chiesto: “Lei fa il tifo per la Ferrari?” Io sono rimasto sorpreso e ho risposto: “No. Perché dovrei fare il tifo per una fabbrica di automobili”. Poi ho pensato: “Di questo passo qualcuno potrebbe anche tifare per una fabbrica di frigoriferi, di televisori, di telefonini, di panettoni”. Una volta si tifava per un uomo, che so, Nuvolari, Ascari, Lauda. Adesso ci si innamora di una macchina.
13.10.03
Sanremo. Molto spazio, nei giorni scorsi, dedicato sui giornali al nuovo direttore del Festival di Sanremo, l’ex cantante e autore di quando quando quando Tony Renis. Ma che ce ne importa? Comunque va benissimo. Specie se consideriamo che il bravo e attempato signor Renis era stato proposto, niente meno, che come direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles! Ormai i cantanti, i ballerini e le facce da tv sono le vette della cultura nazionale. A quando la nomina di Celentano a direttore della Scala?
VIP. Sta per very important person. E quali sono, in genere, i tipi indicati come vip: cantanti, veline, facce da tv, giocatori di calcio, ecc. ecc. E questi sarebbero “very important”? Dunque i cosiddetti vip potrebbero meglio essere chiamati NIP (not important person), se non ci fosse il pericolo di offendere i giapponesi. Oppure si potrebbero dire, con rozza italianizzazione, SVIP, con gran bel prefisso negativo-privativo. Potremmo dunque cominciare a fare un elenco di … SVIP.
01.10.03
Mi è piaciuto Nel condominio di carne, il libro in prosa di Valerio Magrelli.
Per varie ragioni. La scrittura è di grande qualità e concretezza, densa, piena di corpo (appunto!). Valerio sa oltrepassare i confini di genere: infatti in questo libro racconta, ragiona, introduce versi; riesce insomma a dare alla parola un’ampia possibilità di registri pur restando ancorato a un tema, quello del corpo e dei suoi meccanismi, al tema della malattia. Chissà se avrà letto Marais, e il suo trattato sulle termiti, che piace tanto al nostro Giampiero Neri? Quel libro che realizza un confronto fra il termitaio, vari animali organizzati intesi come organismo – dunque complesso di organi – e il corpo umano (appunto complesso di organi). In più, da questo libro, si vede in Magrelli un’inedita tenerezza, una capacità insospettata di mettersi a nudo, di proporsi nella sua umana debolezza (fisica, ma non è solo questo) senza armatura alcuna che non sia quella della sua intelligenza.
01.10.03
L’estate appena finita è stata per me, tra le altre cose, la stagione della scoperta di Edward Bunker. Mi sono letto felicemente l’autobiografia (Educazione di una canaglia) e due romanzi: Come una bestia feroce e Cane mangia cane. Un ex-criminale, che si è fatto diciotto anni di galera, in varie rate, e che adesso ti inchioda alla pagina con le sue storie tremende, sinistre e umane, con una strana forma di saggezza. C’è un senso della non centralità dell’uomo che mi trova quanto mai d’accordo. E momenti di sospensione ariosa, di edonismo dei personaggi che sfugge a qualsiasi retorica. Bunker è prodigiosamente vero, ma non solo perché racconta orrori vissuti. E riesce anche a tirar fuori un riso tremendo, come quando dice che un omicidio può essere incredibilmente ridicolo, goffo, o come quando il gigantesco rapinatore Diesel si lamenta perché, trascinando su un terreno sconnesso un cadavere ancora caldo, gli si graffiano gli stivali Ferragamo… Bunker è anche uno sceneggiatore: per esempio in quel film formidabile, nella sua violenza estrema, che è A trenta secondi dalla fine, con un Jon Voight immenso. E lì Bunker è stato anche attore, nella parte di un carcerato. Ma è un cattivone che sa essere tenero e ingenuo, persino infantile. Sta per compiere settant’anni, mi piacerebbe conoscerlo. Ha una maschera che mi ricorda Jack Palance. Intanto completo la lettura dei suoi libri tradotti in Italia con Little boy blue.
23 settembre 2003